Il 6 gennaio 1980, a Palermo, veniva assassinato Piersanti Mattarella, Presidente della Regione Siciliana.
Un omicidio politico-mafioso che segnò una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana e della lotta alla mafia in Sicilia.
Nato a Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935, Piersanti Mattarella fu un uomo delle istituzioni, animato da una profonda cultura giuridica, da una solida formazione religiosa e da un’idea alta della politica come servizio.
Figlio di Bernardo Mattarella, esponente della Democrazia Cristiana, e fratello di Sergio Mattarella, futuro Presidente della Repubblica, seppe tuttavia costruire un percorso autonomo, fondato su rigore morale, legalità e riformismo concreto.
Dopo l’impegno nell’Azione Cattolica e gli studi a Roma, si dedicò alla carriera accademica come assistente ordinario di diritto privato all’Università di Palermo, per poi entrare nelle istituzioni locali e regionali.
Fu consigliere comunale a Palermo negli anni del “Sacco”, deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana per tre legislature consecutive e assessore al Bilancio dal 1971 al 1978.
La sua azione politica si distinse per il tentativo di spezzare pratiche clientelari e meccanismi di potere consolidati.
Denunciò apertamente la “provincializzazione” della politica regionale, l’eccesso di incarichi, l’inefficienza amministrativa e un sistema di nomine che favoriva accordi opachi.
Propose riforme strutturali, riduzione degli assessorati, rotazione degli incarichi, criteri di trasparenza e una nuova concezione della responsabilità di governo.
Eletto Presidente della Regione Siciliana il 9 febbraio 1978 con un consenso senza precedenti, guidò un’esperienza di governo ispirata alla moralizzazione della vita pubblica.
La sua azione colpì direttamente gli interessi mafiosi, in particolare nel settore degli appalti e della gestione delle risorse regionali. La Sicilia, sosteneva, doveva presentarsi “con le carte in regola”.
Dopo l’uccisione di Peppino Impastato, non esitò a pronunciare discorsi durissimi contro Cosa nostra.
Alla Conferenza regionale dell’agricoltura del 1979, scelse di affermare pubblicamente il principio di legalità anche a costo di isolarsi politicamente, consapevole dei rischi che quella scelta comportava.
La mattina del 6 gennaio 1980, mentre si recava a messa con la famiglia, venne colpito a morte in via della Libertà. Fu ucciso davanti alla moglie, ai figli e alla suocera.
Un’esecuzione studiata nei minimi dettagli, preparata a poche centinaia di metri dal luogo dell’agguato, che lasciò un segno indelebile nella coscienza civile del Paese.
Come ricordò il procuratore Gian Carlo Caselli, Piersanti Mattarella fu «un democristiano onesto e coraggioso, ucciso proprio perché onesto e coraggioso».
Per Pietro Grasso, stava tentando una vera rivoluzione politico-amministrativa, capace di incrinare il sistema di potere mafioso.
A distanza di anni, il suo sacrificio resta un punto fermo nella storia della lotta alla mafia: la testimonianza di uno Stato che può e deve essere credibile, giusto, libero da compromessi.
Ricordare Piersanti Mattarella significa ricordare che la legalità, quando è praticata fino in fondo, ha un prezzo. E che qualcuno, quel prezzo, lo ha pagato fino all’estremo sacrificio.
Un omicidio politico-mafioso che segnò una delle pagine più drammatiche della storia repubblicana e della lotta alla mafia in Sicilia.
Nato a Castellammare del Golfo il 24 maggio 1935, Piersanti Mattarella fu un uomo delle istituzioni, animato da una profonda cultura giuridica, da una solida formazione religiosa e da un’idea alta della politica come servizio.
Figlio di Bernardo Mattarella, esponente della Democrazia Cristiana, e fratello di Sergio Mattarella, futuro Presidente della Repubblica, seppe tuttavia costruire un percorso autonomo, fondato su rigore morale, legalità e riformismo concreto.
Dopo l’impegno nell’Azione Cattolica e gli studi a Roma, si dedicò alla carriera accademica come assistente ordinario di diritto privato all’Università di Palermo, per poi entrare nelle istituzioni locali e regionali.
Fu consigliere comunale a Palermo negli anni del “Sacco”, deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana per tre legislature consecutive e assessore al Bilancio dal 1971 al 1978.
La sua azione politica si distinse per il tentativo di spezzare pratiche clientelari e meccanismi di potere consolidati.
Denunciò apertamente la “provincializzazione” della politica regionale, l’eccesso di incarichi, l’inefficienza amministrativa e un sistema di nomine che favoriva accordi opachi.
Propose riforme strutturali, riduzione degli assessorati, rotazione degli incarichi, criteri di trasparenza e una nuova concezione della responsabilità di governo.
Eletto Presidente della Regione Siciliana il 9 febbraio 1978 con un consenso senza precedenti, guidò un’esperienza di governo ispirata alla moralizzazione della vita pubblica.
La sua azione colpì direttamente gli interessi mafiosi, in particolare nel settore degli appalti e della gestione delle risorse regionali. La Sicilia, sosteneva, doveva presentarsi “con le carte in regola”.
Dopo l’uccisione di Peppino Impastato, non esitò a pronunciare discorsi durissimi contro Cosa nostra.
Alla Conferenza regionale dell’agricoltura del 1979, scelse di affermare pubblicamente il principio di legalità anche a costo di isolarsi politicamente, consapevole dei rischi che quella scelta comportava.
La mattina del 6 gennaio 1980, mentre si recava a messa con la famiglia, venne colpito a morte in via della Libertà. Fu ucciso davanti alla moglie, ai figli e alla suocera.
Un’esecuzione studiata nei minimi dettagli, preparata a poche centinaia di metri dal luogo dell’agguato, che lasciò un segno indelebile nella coscienza civile del Paese.
Come ricordò il procuratore Gian Carlo Caselli, Piersanti Mattarella fu «un democristiano onesto e coraggioso, ucciso proprio perché onesto e coraggioso».
Per Pietro Grasso, stava tentando una vera rivoluzione politico-amministrativa, capace di incrinare il sistema di potere mafioso.
A distanza di anni, il suo sacrificio resta un punto fermo nella storia della lotta alla mafia: la testimonianza di uno Stato che può e deve essere credibile, giusto, libero da compromessi.
Ricordare Piersanti Mattarella significa ricordare che la legalità, quando è praticata fino in fondo, ha un prezzo. E che qualcuno, quel prezzo, lo ha pagato fino all’estremo sacrificio.